Autore: HumanTraction

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Vivere con le scimmie

Vivere a Swayambunath ha decisamente i suoi vantaggi:, dominata dalla collina del monkey temple è un’oasi verde di relativa tranquillità; la zona è abitata principalmente da buddisti ed esuli tibetani. La sera e la mattina si sentono i canti dei bimbi monaci del vicino tempio/scuola e durante il giorno è un via vai di fedeli e monaci nelle tipiche tuniche bordeaux. Bandierine colorate e profumo d’incenso ovunque, pittoresco, come le scimmie che saltano sui tetti…

E’ strano convivere con questi animali, ci metti un po’ ad abituarti all’idea di vederle in giardino o attaccate ai fili della corrente davanti a casa e devi sempre ricordare di chiudere la porta altrimenti te le ritrovi in cucina in un secondo. Con le loro manine rompono e rubano i sacchetti della spesa delle signore per strada e non ti azzardare a guardarle negli occhi perché lo interpretano come un segnale di sfida e ti potrebbero attaccare, insomma un bel cazzo di lavoro vivere con le scimmie! Soprattutto quando ne trovi una morta nel tank. Piccola spiegazione tecnica: a causa della scellerata crescita della città e del relativo inquinamento, la faglia acquifera di Kathmandu è inquinatissima. L’acqua potabile si compra in galloni da 19 litri mentre l’acqua che sgorga dai rubinetti per lavarsi e pulire si compra a camionate. Viene un omino con un’autoclave e versa 6000 litri nella cisterna di cemento in giardino. L’acqua viene poi pompata nel tank sul tetto e da lì nelle tubature di casa. Il tank è provvisto di tappo ma le scimmie sanno toglierlo e sanno che lì c’è acqua. Una poverina (lei o io?) ci è finita dentro ed è annegata. Ovviamente abbiamo dovuto buttare i 500 litri d’acqua e la scimmia. Ho passato le successive tre ore a svuotare e disinfettare il tank e la mia mente dalla sensazione di puro schifo. Finito lo sporco lavoro mi sono sentita autorizzata a cazzeggiare un po’ su internet ma no, internet d’un tratto non funzionava più. Torna sul tetto e scopri che una stronzissima scimmia ha giocherellato con i fili, distruggendoli e facendoci entrare acqua…ah ecco perché in casa intorno al modem e ai cavi c’era una pozzangherina…Nepal is very difficult my friend!

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Lo zen e l’arte della comprensione del “Nepali Way”

Nonostante la lontananza geografica e le differenze socio-culturali, il Nepal e l’Italia hanno qualcosa in comune. Una burocrazia lenta e nebulosa, pochissima trasparenza, tantissima corruzione…è bello sentirsi a casa!!!
Il Nepal rilascia un visto turistico per un massimo di 5 mesi all’anno, se vuoi stare di più devi ottenere un worker o study o business visa.
E qui comincia l’avventura:
Se lavori nella cooperazione internazionale la tua ong deve semplicemente investire 100.000$ e ti danno il business visa, il che non è realmente un’opzione almeno che non lavori per Unicef o Save the children.
Puoi richiedere un worker visa e, grazie gente che conosce gente, dopo un mese circa e 1000 euro risulti lavorare in una impresa edile o in un centro riparazione computer! Mhhh, grazie al fatto che il Paese è un casino, non esiste un controllo post-rilascio, ma potrebbe avvenire in futuro.
Allora ho pensato allo study visa.
Ha a che fare con l’educazione e la cultura in generale, serve per studiare o insegnare.
Devi dimostrare di frequentare un corso di nepalese di insegnare presso qualche scuola e devi ASSOLUTAMENTE ottenere la “no objection letter” dal tuo consolato, ovviamente dietro pagamento.
Ho vagato in Durbar Marg per mezz’ora sotto la pioggia alla ricerca del benedetto consolato, ubicato in un orribile palazzone grigio e marrone. La scazzatissima consolessa nepalese mi ha liquidato in un secondo dicendomi che dal 2008 non rilasciano più “no objection letter”. Ho provato a fare una timida domanda e lei, puntando lo sguardo alla porta mi ha congedato con un sorriso di pietra.
Guardo le bandierine colorate svolazzare al vento e organizzo gli incontri per la prossima settimana.
Om Shanti Om!
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Il sud

Il Nepal suggerisce montagne, il tetto del mondo, cime innevate, sherpa e yak.
E invece no, o meglio non solo.
Il Terai, la fascia sud del Paese che confina con l’India è pura jungla con temperature che raggiungono i 40° e,  un tasso di umidità del 100% durante la stagione delle piogge.

                                                                               
                                                   

Sono stata ad Hetauda per conto della O.N.Ginglese Oursansar, www.oursansar.org
Ho conosciuto un volontario inglese e visitato la scuola che beneficia del progetto.


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La seconda volta non si scorda mai.

Ciao amici,
sono finalmente arrivata a Kathmandu.
L’emozione della prima volta è niente comparata alla seconda.
Varcata la soglia dell’ aereoporto, il ring road mi ha dato il benvenuto con il suo caldo abbraccio di tubi di scappamento, il fiume Bagmati mi ha salutato con il suo inconfondibile odore malato e il continuo sottofondo di clacson e traffico ha iniziato a martellarmi le orecchie.
Anche l’altra faccia di Kathmandu mi accolto con le sue bandierine al vento, il profumo di spezie ed incenso, le rinfrescanti piogge monsoniche e i magnetici occhi del Buddha che dominano la collina di Swayambhunath.
In un Paese dove per dire si, fanno no con la testa è subito chiaro che l’interpretazione della vita è completamente diversa ma io qua mi sento a casa, un sentimento di familiarità diverso da quello che provo davanti ai frittini della Maria sul Trasimeno o alla vista dell’originaria pianura padana. Ma è davvero un sentimento di familiarità ed è per questo che sono così felice di essere tornata.

Un abbraccio a tutti voi,

Vittoria

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LET’S START

Cari amici,
questo è il blog con il quale vi terrò aggiornati sulla nuova avventura nepalese targata HUMAN TRACTION.
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