Un post dall’Health Post

Un post dall’Health Post

Ciao gente, sono Catia e sono qui a Lilliput con Human Traction da 3 settimane. Vivere in un villaggio della Kathmandu Valley è una passeggiata di salute se hai la benzina, se hai la bombola del gas per cucinare, se hai corrente 24h e acqua potabile tutto il giorno. Ma così non è, quindi la passeggiata di salute ancora non l’ho fatta. E proprio di salute voglio parlarvi, perché finché stai bene qui con impegno e spirito d’ adattamento alla fine ce la si fa. Ma se per caso ti capita di prenderti una qualunque malattia tutto diventa davvero rischioso. Come sapete nelle scorse settimane nonostante la chiusura della frontiere con l’India e tutti i problemi che ne sono derivati, siamo riusciti a portare uno dei nostri ragazzi, D., presso un ospedale privato dove gli è stata diagnosticata la tubercolosi diffusa. Ovviamente prima D. era stato “visitato” dal cosiddetto medico dell’Health Post del villaggio. Diagnosi approssimate che si sono rivelate errate, e poi la decisione di rivolgerci all’ospedale privato ci hanno permesso di curare il nostro D. Allora mi sono detta “sarà il caso di dare un’occhiata a questo avamposto della sanità pubblica!”. Così stamattina con curiosità e non poco timore mi sono avventurata. Le immagini parlano da se, due stanzette fatiscenti, zero attrezzature mediche, un unico lettino per i pazienti usato come portaoggetti, materiale arrugginito e scatole intere di farmaci scaduti pronti da somministrare agli sfortunati avventori. I pochi cartelli che vedo sono ovviamente incomprensibili per me, ma ho avuto conferma dai locali che non contengono informazioni davvero rilevanti sulla prevenzione e sulla salute. Col sorriso più amichevole che posso cerco di parlare con quello che sembra essere il medico. Un uomo sulla quarantina, niente camice, una sorta di stetoscopio al collo, roba da mangiare sulla scrivania. Mi dice che è qui da 15 anni, che praticamente ha curato tutti e conosce tutti qui al villaggio. Non sono un medico, tengo a precisare, ma lo vedo prescrivere farmaci ad un bambino di circa un anno senza neanche averlo visitato. La domanda fatidica:” dottore ho sentito dire che qui in Nepal la tubercolosi è molto diffusa, me lo conferma?”. Frettolosamente mi risponde di NO e ricomincia a parlare con la mamma del piccolo paziente. Non so se ho sbagliato, avrei potuto ribattere ma non l’ho fatto, sono uscita dalla sua stanza anche perché l’ho visto nervoso mentre mi vedeva maneggiare il telefono per cercare di far foto. Nell’altra stanza un altro uomo, credo sessantenne, prescrive farmaci dalla finestra, la gente si affaccia dall’esterno dell’edificio, dice qualcosa e lui compila dei foglietti di prescrizione medica come se fosse un impiegato delle poste.
Ribadisco, non sono un medico e non mi permetterei mai di giudicare l’operato di professionisti in una materia che non padroneggio, ma con un po’ di ragionevolezza credo non sia buona norma prescrivere farmaci senza visitare i pazienti, credo che un Health Post, per quanto sguarnito di materiale medico, si possa tenere in condizioni igieniche migliori e che la salute dei cittadini non debba cadere nella immensa falla del sistema sanità. Dal 1996 esistono i DOTS, centri di osservazione diretta per la tubercolosi, e la loro attività ha già prodotto buoni risultati. Ma la loro efficienza rimane limitata se poi i medici dei villaggi non sono abbastanza professionali e preparati da inviarvi i casi sospetti. Vedo D. con la mascherina, una terapia di 8 mesi davanti, più di 6 farmaci al giorno. In Nepal oggi la sanità è privata. Dati alla mano circa il 40 % della popolazione è infetta dal bacillo della tubercolosi. Circa 4000 persone all’anno muoiono di tubercolosi. Nella stragrande maggioranza dei casi la diffusione della malattia è dovuta al ritardo nella diagnosi e alla mancanza di consapevolezza della popolazione sulla malattia stessa.
Incredibile ma vero! Questo è quanto ho appreso oggi nella mia passeggiata di salute a Lilliput.